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Marco Drago è nato nel 1967 a Canelli.
Dopo l’esordio nel 1998 con la raccolta
di racconti "L’amico del pazzo" (Feltrinelli),
ha recentemente pubblicato il romanzo
"Cronache da chissà dove" (Minimum fax).
Dirige da tempo la rivista letteraria “Maltese Narrazioni” e conduce la trasmissione “Candide” su RadioTre della Rai.
 
Vino e dintorni: conversazione con Marco Drago

 
 
D: Sei un bevitore esigente, un intenditore o un semplice appassionato?
R: Non ho mai incontrato nessuno che mi abbia insegnato come apprezzare il vino, come riconoscerne i vari gusti e sfumature. Per questo mi ritengo un bevitore occasionale, un semplice appassionato. A giudicare di solito è il mio stomaco, molto delicato, ma anche misuratore efficace: se bevo del vino meno buono mi fa subito star male.
D: A quali sentimenti o emozioni associ il vino?
R: Ai momenti conviviali e di spensieratezza. Il vino mi fa tornare in mente un periodo della mia adolescenza, quando andavo a Calamandrana, un paese vicino a casa mia dove c’era il festival Barbera e Blues. Erano le prime uscite notturne, le prime feste con gli amici, in libertà.
D: C’è un brindisi che ricordi con maggiore piacere?
R: Quand’ero piccolo, a cinque o sei anni, passavo il capodanno con i miei nonni a Nizza Monferrato. Alla mattina del primo giorno dell’anno il nonno mi svegliava e brindavamo con lo spumante. Era un brindisi inaspettato, non capivo neanche bene perché si festeggiasse.
D: Che definizione daresti di vino?
R: Una molto tecnica e tradizionale, tipo “bevanda ottenuta dalla pigiatura e fermentazione dell’uva”. Ma c’è da dire che il vino per noi di Canelli, nella terra del moscato, è quasi tutto. Fin da piccoli siamo abituati a pensare a una economia e a una società basate su questo prodotto. Quindi la mia risposta è molto diversa da quella che potrebbe darti un milanese. Se porti a qualcuno in una grande città una bottiglia di vino, quasi impazzisce di gioia. Per noi invece è molto più normale, al punto che, forse, ne abbiamo anche perso un po’ il vero valore.
D: Hai mai pensato al lungo percorso che inizia nella vigna e termina con una bottiglia sulla tavola?
R: Certo. Ho lavorato per un po’ di tempo nel campo delle macchine enologiche e conosco la trafila e i sentimenti che girano intorno al vino. Anche questo fa parte della nostra educazione, del bagaglio di conoscenze di chi è nato in una terra da vino. Ricordo che a scuola già alle elementari si studiava la vendemmia. E lo si faceva in un modo diverso da come può farlo un bimbo di città. A noi bastava attraversare la strada per andare a vedere le vigne del contadino o visitare le grandi cantine. E poi è qualcosa che è presente nell’aria. Per le strade di Canelli ogni anno, nel periodo successivo alla vendemmia, si sente un intenso profumo di mosto. In alcune pagine del tuo ultimo libro, Cronache da chissà dove, descrivi il paesaggio delle colline con i suoi abitanti.
 
  D: Come mai a volte ti scontri con la mentalità dei contadini?
R: Quando avevo vent’anni, come reazione, ero ancora più critico verso il mondo della campagna. Vedevo tutto il peggio, mi irritava la retorica contadina, il continuo lamentarsi. Oggi ho abbastanza cambiato idea. Mi sto rendendo conto che il non vantarsi mai, il brontolare per non far vedere che le cose vanno bene sono atteggiamenti inevitabili, che questa gente ha nel sangue. In fin dei conti sono loro che conservano il nostro patrimonio culturale. Perciò negli ultimi tempi il mio rapporto con questa mentalità è molto più sereno. Sono contento di vivere in campagna.
D: Senti di aver ereditato qualcosa da questa cultura?
R: La mia famiglia non è di origine contadina, quindi non è una cultura che sento essere particolarmente presente. Tuttavia, credo di avere lo stesso carattere di questa gente, sono un po’ chiuso come ogni piemontese autentico. Sento, quando mi confronto con persone che vengono da altre realtà, di essere un prodotto della mia terra. Ma dovrei forse vivere per un po’ di tempo lontano per capire il legame che ho con tutto ciò. Finora non ci ho riflettuto molto.
D: Scrittura e vino, o ispirazione, creatività e vino. C’è qualche relazione tra loro?
R: Le pagine di tanti scrittori e poeti, da Bukowski a Hemingway a Steinbeck, Baudelaire, Verlaine, elogiano il vino come combustibile per la creatività. Io credo che aiuti più che altro a pensare, a far correre più veloce la mente, saltando alcuni di quei legami tra causa ed effetto che abitualmente si percorrono. Se poi una persona ha la fortuna di saperli ricordare, organizzare e fermare, quei pensieri possono diventare estremamente interessanti. Però io quando scrivo ho bisogno di essere lucido.
D: Hai mai scritto di vino?
R: C’è la pagina di un lavoro che deve ancora uscire in cui racconto quello che sembra essere diventato oggi il passatempo principale dei trentenni, ossia la cena come ultima frontiera del divertimento. Non so se fosse così anche qualche anno fa, ma ora il momento principale di una serata tra amici è la cena. Ci si prepara tutto il giorno per andare a mangiare fuori e, finita la cena, è finita anche la serata. Descrivo anche quel tipico attardarsi sui vini, che è diventato un atteggiamento rituale e che mi fa un po’ sorridere. Anche chi, come me, non se ne intende poi molto cerca faticosamente di capire qualcosa dalla carta dei vini, guarda le annate, giudica prezzi e nomi per poi scegliere quasi al buio.
D: Ma in conclusione, a te il vino piace?
R: Sì, lo bevo sempre volentieri, ma quasi mai fuori pasto. Suscita in me sensazioni molto piacevoli, che coinvolgono tutti i sensi. Ci sono certi piatti che è fondamentale accompagnare con un buon bicchiere. Da quando ho imparato ad apprezzare il vino buono, mi chiedo: perché si produce anche quello mediocre? Non si potrebbe educare la gente a scoprire il gusto del buon bere?
 
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