D: Sei
un bevitore esigente, un intenditore o un semplice appassionato?
R: Non ho mai incontrato nessuno che mi abbia insegnato
come apprezzare il vino, come riconoscerne i vari gusti e sfumature.
Per questo mi ritengo un bevitore occasionale, un semplice appassionato.
A giudicare di solito è il mio stomaco, molto delicato,
ma anche misuratore efficace: se bevo del vino meno buono mi
fa subito star male.
D: A quali sentimenti o emozioni
associ il vino?
R: Ai momenti conviviali e di spensieratezza. Il vino
mi fa tornare in mente un periodo della mia adolescenza, quando
andavo a Calamandrana, un paese vicino a casa mia dove c’era
il festival Barbera e Blues. Erano le prime uscite notturne,
le prime feste con gli amici, in libertà.
D: C’è un brindisi
che ricordi con maggiore piacere?
R: Quand’ero piccolo, a cinque o sei anni, passavo
il capodanno con i miei nonni a Nizza Monferrato. Alla mattina
del primo giorno dell’anno il nonno mi svegliava e brindavamo
con lo spumante. Era un brindisi inaspettato, non capivo neanche
bene perché si festeggiasse.
D: Che definizione daresti di vino?
R: Una molto tecnica e tradizionale, tipo “bevanda
ottenuta dalla pigiatura e fermentazione dell’uva”.
Ma c’è da dire che il vino per noi di Canelli,
nella terra del moscato, è quasi tutto. Fin da piccoli
siamo abituati a pensare a una economia e a una società
basate su questo prodotto. Quindi la mia risposta è molto
diversa da quella che potrebbe darti un milanese. Se porti a
qualcuno in una grande città una bottiglia di vino, quasi
impazzisce di gioia. Per noi invece è molto più
normale, al punto che, forse, ne abbiamo anche perso un po’
il vero valore.
D: Hai mai pensato al lungo percorso
che inizia nella vigna e termina con una bottiglia sulla tavola?
R: Certo. Ho lavorato per un po’ di tempo nel campo
delle macchine enologiche e conosco la trafila e i sentimenti
che girano intorno al vino. Anche questo fa parte della nostra
educazione, del bagaglio di conoscenze di chi è nato
in una terra da vino. Ricordo che a scuola già alle elementari
si studiava la vendemmia. E lo si faceva in un modo diverso
da come può farlo un bimbo di città. A noi bastava
attraversare la strada per andare a vedere le vigne del contadino
o visitare le grandi cantine. E poi è qualcosa che è
presente nell’aria. Per le strade di Canelli ogni anno,
nel periodo successivo alla vendemmia, si sente un intenso profumo
di mosto. In alcune pagine del tuo ultimo libro, Cronache da
chissà dove, descrivi il paesaggio delle colline con
i suoi abitanti. |
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D: Come
mai a volte ti scontri con la mentalità dei contadini?
R: Quando avevo vent’anni, come reazione, ero ancora
più critico verso il mondo della campagna. Vedevo tutto
il peggio, mi irritava la retorica contadina, il continuo lamentarsi.
Oggi ho abbastanza cambiato idea. Mi sto rendendo conto che
il non vantarsi mai, il brontolare per non far vedere che le
cose vanno bene sono atteggiamenti inevitabili, che questa gente
ha nel sangue. In fin dei conti sono loro che conservano il
nostro patrimonio culturale. Perciò negli ultimi tempi
il mio rapporto con questa mentalità è molto più
sereno. Sono contento di vivere in campagna.
D: Senti di aver ereditato qualcosa
da questa cultura?
R: La mia famiglia non è di origine contadina,
quindi non è una cultura che sento essere particolarmente
presente. Tuttavia, credo di avere lo stesso carattere di questa
gente, sono un po’ chiuso come ogni piemontese autentico.
Sento, quando mi confronto con persone che vengono da altre
realtà, di essere un prodotto della mia terra. Ma dovrei
forse vivere per un po’ di tempo lontano per capire il
legame che ho con tutto ciò. Finora non ci ho riflettuto
molto.
D: Scrittura e vino, o ispirazione,
creatività e vino. C’è qualche relazione
tra loro?
R: Le pagine di tanti scrittori e poeti, da Bukowski
a Hemingway a Steinbeck, Baudelaire, Verlaine, elogiano il vino
come combustibile per la creatività. Io credo che aiuti
più che altro a pensare, a far correre più veloce
la mente, saltando alcuni di quei legami tra causa ed effetto
che abitualmente si percorrono. Se poi una persona ha la fortuna
di saperli ricordare, organizzare e fermare, quei pensieri possono
diventare estremamente interessanti. Però io quando scrivo
ho bisogno di essere lucido.
D: Hai mai scritto di vino?
R: C’è la pagina di un lavoro che deve ancora
uscire in cui racconto quello che sembra essere diventato oggi
il passatempo principale dei trentenni, ossia la cena come ultima
frontiera del divertimento. Non so se fosse così anche
qualche anno fa, ma ora il momento principale di una serata
tra amici è la cena. Ci si prepara tutto il giorno per
andare a mangiare fuori e, finita la cena, è finita anche
la serata. Descrivo anche quel tipico attardarsi sui vini, che
è diventato un atteggiamento rituale e che mi fa un po’
sorridere. Anche chi, come me, non se ne intende poi molto cerca
faticosamente di capire qualcosa dalla carta dei vini, guarda
le annate, giudica prezzi e nomi per poi scegliere quasi al
buio.
D: Ma in conclusione, a te il vino
piace?
R: Sì, lo bevo sempre volentieri, ma quasi mai
fuori pasto. Suscita in me sensazioni molto piacevoli, che coinvolgono
tutti i sensi. Ci sono certi piatti che è fondamentale
accompagnare con un buon bicchiere. Da quando ho imparato ad
apprezzare il vino buono, mi chiedo: perché si produce
anche quello mediocre? Non si potrebbe educare la gente a scoprire
il gusto del buon bere? |
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